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Non sapevo di essere ministro: addio, Spadafora

La pandemia, la crisi di governo, il soffocamento del dilettantismo, la fine del ministero Spadafora. C’è bisogno di chiedervi quale sia la notizia bella fra le quattro?
Con il tramonto dell’esperienza politica di Vincenzo Spadafora salutiamo l’operato di uno dei peggiori ministri dello sport che la Repubblica ricordi.

E non c’è bisogno di essere fini conoscitori dell’azione governativa per capirne l’operato scellerato, dal momento che Spadafora, nel lungo post di addio su Facebook, si è praticamente auto-deriso: “Non conoscevo il mondo dello sport, al quale mi sono avvicinato con curiosità, rispetto e attenzione”.

Un volontario sminuirsi o una dichiarazione di incapacità? Da qualsiasi lato la si legga, la frase dell’ex ministro è un’autocisterna di imbarazzo per il governo Conte, certificata da quei decreti sportivi che in 17 mesi hanno soffocato le società sportive professionistiche e dilettantistiche, al di là dei “ci dispiace” e dei “chiudere gli stadi era necessario”. Necessario e immediato, se è vero che impedire a cinquanta persone di stare distanziate all’aria aperta è stato un atto deliberato in cinque minuti quasi come se fosse scontato, mentre per decidere riguardo alla presenza di pubblico a Sanremo ci sono voluti mesi.

Come a dire: “Un’annata intera di sport a porte chiuse non è gravissimo, mentre vi immaginate l’Ariston vuoto durante il Festival? Blasfemia”.






Ma del resto Spadafora ha mostrato questi ragionamenti durante tutto l’arco del suo mandato: grande con i piccoli e piccolo con i grandi.

Smargiasso e spigliato quando, intervistato più volte alla Rai fra marzo e giugno, cambiava opinione ogni quarto d’ora riguardo alla possibile ripartenza dei campionati di calcio, e poi improvvisamente trasparente e impotente quando si trattava di portare le istanze delle piccole realtà sportive locali sul tavolo dei grandi, quando si doveva alzare la voce per impedire che un milione di tesserati dilettantistici italiani morissero sportivamente, economicamente e socialmente.

Perchè anche Spadafora, come molti altri uomini politici del suo rango, si è mostrato “dalla parte del popolo” solo se aveva una telecamera pronta ad inquadrarlo e un giornalista compiacente disposto a non fargli domande scomode.

E come ha risposto il calcio di fronte al gattopardiano ex Ministro? Semplicemente si è arrangiato: la Lega di Serie A ha dovuto presentare il suo personale progetto di ripartenza nel mese di giugno, considerate le spese per i tamponi, le porte chiuse ed un calendario mai così fitto. La Serie D ha scelto la legge dell’evoluzionismo sociale; il più forte sopravvive, il debole muore, e allora via ad un campionato intero a porte chiuse e con una convivenza massacrante coi continui rinvii per casi positivi a causa di un protocollo ministeriale totalmente scadente, visti i continui conflitti di potere fra la Lega Nazionale Dilettanti e le ASL territoriali. In tutto questo Spadafora ha ridacchiato, sentenziato le solite tre frasi fatte (“Sofferenze necessarie”, “Nessuno resterà indietro”, “Lo sport si rialzerà”) e aumentato le sue capacità fotogeniche su Facebook.

Comunque stia tranquillo, EX ministro: che non conoscesse il mondo dello sport, davvero, ce ne siamo accorti. A mai più rivederci.






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