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Il pomeriggio è troppo azzurro






Noi fast, loro furious.
L’impressione è che l’Italia si trovi in quella congiuntura storico-sportiva di ReMidismo puro. Quel periodo in cui, veramente, tutto ciò che tocchiamo diventa Oro. Se su dieci gold-medals (record assoluto per il nostro Paese) la metà proviene dall’atletica, significa che il movimento italiano funziona per davvero. Anzi, di movimento ne facciamo anche troppo: al traguardo arriviamo un centesimo prima dei soliti inglesi, che già parlano di “psicodramma italiano”. Niente da fare, per gli amici britannici; se questa estate si tenesse anche un’Olimpiade della musica, i Beatles arriverebbero secondi dietro a Emanuele Filiberto.

Vinciamo ovunque. Ed è una sensazione clamorosamente ubriacante.

Sono splendidi, i ragazzi della 4×100 che ci regalano l’ennesima soddisfazione: Patta, Jacobs, Desalu e Tortu. Stravolti dalla fatica, increduli di fronte all’ennesima impresa contro i più quotati britannici e giamaicani. Un poker d’assi che va più veloce del tempo e arricchisce ulteriormente un medagliere già portato in trionfo dai recenti successi nel karate e soprattutto dalla doppietta Stano-Palmisano nella marcia. Siamo forti. Siamo fortissimi.






Il movimento italiano funziona, e stavolta tocca ricredersi anche sulle profezie di Malagò prima della spedizione, che fino a sette giorni fa sembravano drammaticamente sbagliate. “Obiettivo otto ori” aveva fissato il presidente del CONI. A suon di bronzi e argenti, il traguardo sembrava irraggiungibile. E invece a suon di ReMidismo siamo arrivati a dieci.

La lezione di questa Olimpiade è semplice. Inseguire (letteralmente) i propri sogni alla fine paga sempre. E poi vuoi mettere l’emozione di sentire l’inno al momento della premiazione? Ci viene in mente il personaggio di Edoardo Leo ne “La Mossa del Pinguino”, quando racconta alla fidanzata perchè sia così appassionato di sport: “Quando vedo uno sul podio con la medaglia al collo, piango per tutto l’inno. Ma non perché ha vinto, perché penso ai quattro anni di allenamento, di rinunce, di sudore, di sacrifici per arrivare lì. E quando vedo uno stadio intero battere le mani a tempo, per farti saltare un centimetro in più, io mi emoziono“.






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