Giorgio Tarantola, direttore del Challenger 50 di Firenze, ci accoglie con un sorriso grande come il tabellone all’ingresso del Match Ball Country Club, sede del torneo di tennis in corso questa settimana nell’oasi alle porte della città: “Ambiente splendido, abbiamo organizzato una settimana molto soddisfacente. E il bello è che abbiamo avuto neanche due mesi di tempo…”.
Direttore, come si organizza un Challenger di tennis?
“Mettendo insieme varie componenti: servivano più di 250mila euro di sponsor, piani chiari sugli spostamenti e i pernottamenti di singolaristi, doppisti e protagonisti delle qualificazioni, un coordinamento attento di hospitality e tribune. Siamo riusciti a fare tutto in due mesi, non poteva andare meglio”.
Perché proprio Firenze?
“Perché l’opportunità è capitata molto buona e abbiamo deciso di raccoglierla al volo. C’era una defezione nel calendario Atp, ci siamo inseriti al volo con Chiara Casamonti che è direttrice del Match Ball”.
Che ambiente ha trovato al Match Ball?
“Splendido, niente da dire. Il contesto, nell’immaginario collettivo, è un sogno: le dolci colline, gli oliveti, dei bellissimi campi da tennis. Un mix in grado di attirare appassionati e turisti”.
Come nasce la sua storia col tennis?
“Prima di dedicarmi all’attività da organizzatore di tornei ho lavorato come arbitro di tennis internazionale. Tra l’altro, a inizio anni ’90 ho diretto il mio primo torneo di tennis proprio a Firenze. Ho lavorato come arbitro nel circuito Atp per vent’anni girando il mondo fra i tornei Slam, la Coppa Davis e gli Internazionali di Roma. Poi sono divenuto organizzatore di tornei nel 2009”.
Quale campo le ha lasciato le maggiori emozioni?
“Di solito mi fanno questa domanda riferendola a un giocatore specifico, ma la verità è che i tennisti poi perdono la loro aura col passare del tempo. Il fascino dei campi invece rimane intatto. E sono tanti quelli che ti lasciano senza fiato, soprattutto quando si vedono vuoti, poche ore prima della finale. Penso al Centrale del Foro Italico a Roma, per esempio, quando l’unico rumore che si sente è quello dei propri passi. Ma anche a Wimbledon, un campo memorabile per ogni appassionato di tennis. E poi ho ricordi meravigliosi del torneo olimpico di tennis ad Atlanta nel ’96”.
L’ItalTennis è un movimento che va ben oltre Sinner. Dove possiamo ancora arrivare?
“Il movimento si è costruito in maniera quasi scientifica, frutto del grande lavoro di tutti. Prima di Sinner ci sono stati Fognini che ha vinto a Montecarlo e Berrettini che è arrivato in finale a Wimbledon. Jannik è il fenomeno che illumina il movimento, ma i margini collettivi sono ancora molto ampi grazie all’enorme semina degli anni precedenti”.
C’è un giovane tennista italiano su cui scommetterebbe fra qualche anno per i piani alti?
“Sono bravo a fare previsioni dopo che è accaduto l’evento (ride, ndr), per cui non mi sbilancio. Dico solo che i colpi, a partire dal classe 2007 Federico Cinà in giù, li hanno tutti. Siamo una grande fucina di talenti”.
Chiudiamo ancora col Challenger. Il tennis è tornato a Firenze per rimanere?
“La fatica che abbiamo fatto per organizzare questo torneo in soli 40 giorni è stata compiuta per entrare in calendario. E’ stato uno sforzo cosciente per prenotare uno slot nella stagione, e la mia idea è quella di crescere gradualmente, ogni anno.
