Nel pentolone ne avremmo potute inserire parecchie di più. Ne abbiamo scelte dieci, però: dieci come il 10. Il numero di maglia del prestigiatore con i tacchetti. Quello che alle nostre latitudini non si vede da… decenni, appunto. Dieci cose in ordine sparso che facciamo finta di non sapere del calcio italiano.
1) Nessuna nazionale fra le big del globo aveva mai saltato il Mondiale per tre edizioni di fila. Di queste, due sono state mancate sotto la presidenza Gravina. Era difficile pensare che non si dovesse dimettere.
2) Nella propria disasterclass comunicativa, Gravina ribadisce che il calcio (sorvoliamo sulla parte degli sport dilettantistici) appartiene alla sfera dei professionisti. Vero, sì. Forse pure troppo. L’Italia infatti vanta il poco invidiabile record, fra i top 5 campionati europei, di squadre professionistiche: ben 100, fra Serie A, B e C. E dalle altre parti? Le squadre sono 92 in Inghilterra, 36 in Francia (più 18 semipro), 56 in Germania, 42 in Spagna. Perché non è un record di cui andare fieri? Perché anche quest’anno nella nostra terza serie accogliamo cinque società con penalizzazioni (Campobasso, Triestina, Ternana, Trapani e Siracusa) e una direttamente esclusa dal campionato a metà stagione: il Rimini. Non esattamente un manifesto di credibilità.
3) I procuratori circolano anche alle nostre latitudini. Anzi, soprattutto. Potrebbero trovarsi tranquillamente seduti adesso, sugli spalti vicino a voi . Ma come, in una partita degli Juniores Regionali? Certo che sì. Sia ben chiaro, i procuratori non sono il male assoluto del calcio italiano: dopotutto, svolgono un lavoro come un altro nel proteggere gli affari dei loro assistiti. Ma un calciatore di Promozione o Eccellenza che pretende di farsi tutelare da un agente per discutere il rinnovo del rimborso (si faccia caso alla parola: rimborso, non ingaggio) non fa propriamente un figurone.
4) Ben vengano gli stranieri in Serie A, B, C e financo in Terza Categoria, ci mancherebbe. Forse però 401 su 588 sono troppi: è il dato risalente all’aprile dell’anno scorso, quando la nostra massima serie è arrivata a comporsi per il 68% da calciatori che non potevano indossare la maglia della nostra Nazionale. Più di due su tre, in media.
5) A proposito di Dilettanti e di competitività dei campionati. Che credibilità hanno dei playoff che, dopo lo svolgimento delle finali di maggio e giugno, non premiano coloro che vincono sul campo con l’automatico salto di categoria? Eppure, ad oggi, i nove gironi di Serie D funzionano così.
6) Un ragazzo classe 2000 o 2001 non è un giovane. Ci spiace per i lettori affetti dalla Sindrome di Peter Pan. Ma chi ha 25 o 26 anni oggi è un calciatore maturo, fatto e finito. Non un fresco e imberbe prodotto della Primavera da spedire in Serie B a farsi le ossa. Non tutti lo hanno ancora capito, in Italia. All’estero lo sanno da anni: Yamal non aveva neanche 17 anni quando ha fatto il diavolo a quattro durante l’ultimo Europeo con la Spagna, e l’Arsenal sta facendo esordire ragazzi nati alle soglie 2010 (duemiladieci).
7) Una delle richieste che ha accomunato buona parte degli ultimi ct della Nazionale era quella degli stage durante l’anno. Preziose finestre per poter osservare da vicino non solo i titolarissimi, ma anche far allenare a Coverciano seconde linee e giovani. Dai piani alti del nostro calcio però hanno sempre risposto picche, perché “il calendario è intasato e compresso di suo”. Per allentarlo si potrebbe fare come in Germania e Francia, dove le squadre della massima serie sono 18, e non 20 come da noi. Sarebbero quattro giornate risparmiate, e a giudicare dai dati degli ascolti televisivi e dell’affluenza negli stadi, non dovremmo sentirne la mancanza.
8) Nei campionati giovanili Regionali ed Elite esistono le retrocessioni. Ora, il punto non è la (logica) alternanza fra chi scende e chi sale meritatamente dai Provinciali o dai Regionali. Il punto è che la morbosa ossessione del “salvare la panchina” spesso contagia anche gli allenatori di queste latitudini, e li costringe in più di un’occasione a preferire l’adolescente già sviluppato fisicamente a scapito del piccoletto più tecnico, ma in fase di crescita. Il talento, soprattutto a 14-15 anni, va coltivato e aspettato. Sempre. Ma è complicato riuscirci se si è schiavi di un fantomatico obiettivo salvezza.
9) Paolo Pulici, provocatorio fino a un certo punto, ripeteva che la squadra ideale è quella di orfani. A volte è sufficiente farsi un giro fra i match giovanili, la domenica mattina, per rendersi conto che i genitori, come il multiforme Ulisse, sono in grado di impersonare un gran numero di ruoli. Il più gettonato? L’allenatore. Chi scrive ha più volte sentito, dalla tribuna, criticare la scelta di difendere a tre in una squadra di Piccoli Amici. Ovvero di bambini che giocano cinque contro cinque.
10) Tornando a Bosnia-Italia. Edin Dzeko rappresenta il leader tecnico e spirituale dei balcanici a tal punto che se si candidasse alle elezioni vincerebbe con percentuali bulgare (anzi, “bosniache”). Da queste parti invece un calciatore della Nazionale italiana è da mesi oggetto di fischi e minacce di morte da parte dei suoi stessi connazionali.
