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100° Festa dell’Uva / “Francesco e l’Uva” del Rione Palló, fotogallery

CLICCA QUI PER VEDERE TUTTE LE FOTO DELLA SFILATA DEL RIONE PALLÓ, A CURA DI LAPO PACINI ED ELEONORA MERCIAI

Il Rione Palló è tornato alla vittoria dopo ben 7 anni, dentro i quali vi sono anche il biennio contraddistinto dal covid19 e dall’impossibilità di scendere in piazza: il ritorno al successo che vale doppio, se non addirittura triplo. Nell’anno del centenario, rendendo omaggio alla storia palloiana e ad uno dei rionali più rappresentativi del rione verde, Francesco Torrini. A dare forma ad un’idea che veleggiava da tempo è stato il progettista Luca Braschi, all’esordio in questo delicato e decisivo ruolo. Complimenti Palló!

 

Rione del Pallò — “Francesco e l’Uva”

Francesco Torrini: un uomo che tra le strade di Impruneta continua a vivere, soprattutto sul nostro rione, sebbene ormai siano passati più di trent’anni dalla sua scomparsa.
Quello che noi vogliamo portarvi è sì un omaggio, ma prima di tutto è il ricordo delle persone che Francesco l’hanno conosciuto e amato.

Un uomo che con la sua fame d’arte e con la sua innovazione ha rivoluzionato il modo di vivere e intendere questa nostra amata Festa, riempiendola di meraviglia e colori, elevando le scene in piazza a veri e proprio spettacoli con coreografie, orpelli e pitture per adeguarle all’imponenza dei carri, ma sempre tenendo nel cuore la tradizione con cui era cresciuto.

Il rione del Pallò si propone oggi di raccontarvi la storia dietro il mito di questo grande visionario, di farvi scoprire, attraverso la sua arte, l’uomo dietro l’artista.
Insieme vogliamo ripercorrere la sua vita, sin da quando era un bambino curioso e intraprendente, tramite quella che è sempre stata la sua filosofia scenica: trasformare oggetti quotidiani e di recupero in opere degne di un museo.

Due simboli segnano la nostra sfilata: l’oro, rappresentazione della sua preziosa essenza, che da un piccolo gesto di bimbo si trasforma in filo che oggi unisce tutti noi; l’occhio, sua firma indiscussa, icona onnipresente che rappresentava l’invito di Francesco a osservare di più il mondo attorno a noi.

Due voci ci accompagnano in questo viaggio: un uomo ormai anziano, un vecchio amico segnato dal tempo e dalle memorie di quel tempo lontano, ma mai dimenticato, un giovane, eco della voce di Francesco che ancora echeggia nelle nostre menti e che, con le parole e le poesie che lui stesso ha scritto, non smette di guidarci e mostrarci qualcosa che, forse, senza non riusciremmo a vedere.

Francesco era innamorato della vita, delle mille possibilità che poteva offrirgli; quel bambino risoluto divenne un giovane vivace ed energico, sempre pronto a creare, impossibile da tenere fermo: disegnava costumi, progettava scenografie e oggetti di scena che non si erano mai visti, inventava coreografie dinamiche e piene di brio. Nel pieno della sua giovinezza sembrava aver raggiunto il tetto del mondo, era inarrestabile, ma quell’illusione si infranse presto contro una realtà inimmaginabile. Quattro lettere, una condanna certa: AIDS.

All’epoca dei fatti era già difficile essere omosessuale: una diagnosi come quella distrusse completamente la sua vita, e lo stesso paesino che lo aveva osannato iniziò a guardarlo come un appestato da cui stare alla larga, un frutto marcio da buttare via; eppure, l’unica colpa di Francesco era quella di essersi innamorato di un uomo.

L’occhio che per anni era stato il suo simbolo divenne tormento, ossessione: dovunque si girasse, mille sguardi giudicanti erano pronti a trafiggerlo; Francesco provò a scappare, dalla gente e dai suoi stessi pensieri che non smettevano di perseguitarlo. Si sentiva in trappola, perso, arrabbiato… Solo.

Ma fu proprio grazie a quella rabbia e a quell’abisso che Francesco riscoprì cos’era davvero importante ed essenziale: le persone che, nonostante tutto, non lo avevano mai abbandonato; i suoi rionali, i suoi amici veri, l’amore.

Tornò a voler creare, anche più di prima, deciso a spremere la vita fino all’ultima goccia, a rimanervi aggrappato con le unghie e con i denti. Francesco voleva lasciare un segno, urlare al mondo che non si vergognava del suo essere e del suo modo di esprimerlo.

Per onorarlo abbiamo deciso di portare in piazza la sua ultima grande scena, il suo testamento artistico al nostro rione: due scacchiere, in oro e bordeaux, a rappresentare l’intreccio a doppio filo della sua vita con questa splendida Festa che, forse oggi più che mai, deve a lui l’essere arrivata a questo centesimo compleanno.

Cosa rimane della sua eredità? Lasciamo a voi il verdetto, e vi salutiamo con lo stesso invito che Francesco ha lasciato a noi, sperando che rimanga nei vostri cuori come nei nostri:

“Aprite gli occhi!”

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