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LA PARTITA DI CESARE






Le strade del mondo del calcio e di questa rubrica si sono incontrate di rado in passato, non essendo il nostro uno spazio dedicato prettamente allo sport.

Vi sono situazioni dove però il pallone e la società si legano in maniera intensa, si contaminano nel profondo, assorbendo l’uno il meglio o il peggio dell’altro, e vi sono storie che vanno oltre un pallone che rotola su un campo verde.

La storia di Cesare Prandelli è emblematica di questo intreccio. Nel tecnico bresciano si uniscono il dolore profondo di una perdita, i successi e i sorrisi in panchina, la natura di persona perbene e l’immondizia di chiacchere e riflettori, ovvero nell’insieme il meglio ed il peggio sia del calcio che della vita. Con una lettera toccante, che va letta più volte per capirla e farne spunto di riflessione, Prandelli ieri ha rassegnato le dimissioni da allenatore della Fiorentina.

Una decisione spiazzante, sebbene forse la stanchezza sul suo volto e nei suoi occhi lasciasse presagire già da alcune settimane che qualcosa avesse iniziato a girare storto. Si congeda da Firenze, la sua Firenze, mettendo a nudo se stesso nel modo più umile possibile, palesando quell’ “assurdo disagio che non mi permette di essere ciò che sono”. Sente essere caduta su di sé un’ombra, un nemico invisibile che è stato alimentato, è questa la verità, dalle disgustose voci dell’ambiente fiorentino, di tifo e di media, in grado negli ultimi due mesi di dare il peggio di sé vomitando su Prandelli ogni tipo di critica con insistenza e presunzione, e ben oltre qualche oggettivo errore commesso dal tecnico nella sua seconda esperienza viola.






Chi scrive era tra coloro che a novembre avevano reagito con un nostalgico sorriso alla notizia del ritorno di Prandelli alla Fiorentina dopo l’esonero di Iachini: in pochi istanti la mente compì un salto indietro per ritrovarsi davanti Frey, Toni, Mutu, Jorgensen e le splendide annate tra Italia e Europa vissute con Cesare, rivedendo soprattutto la semplicità e la genuinità di un uomo che a Firenze aveva lasciato un’impronta umana ancora più grande di quella professionale.

Pazienza se erano passati dieci anni e la squadra adesso era una creatura informe in lotta per non retrocedere, soltanto rivedere Prandelli in panchina iniettò felicità in tutti i tifosi viola, e così, almeno per quelli come il sottoscritto, era anche nelle ultime settimane. Fino a ieri, fino a quella lettera. Nell’ammettere ciò che era parso evidente fin da subito, ovvero che avesse scelto di affrontare quest’avventura unicamente per il “troppo amore per la città”, Prandelli non ha avuto paura di ammettere i propri limiti, trovando altresì il coraggio di guardare in faccia un mondo, quello del calcio, che è cambiato troppo in fretta e non fa più per lui, lanciato com’è a folle velocità su un binario di pressioni estenuanti, cialtronate da social e interessi economici.

Nell’ambiente pallonaro ma più in generale nella società italiana non sono molti coloro che hanno il coraggio di dimettersi, e in numero ancor più esiguo sono quelli che riescono a mostrare un lato di se stessi non per forza finto e glamour ma semplicemente umano: umano troppo umano, per citare Nietzsche, il quale utilizzava questo termine in senso sprezzante, mentre nel caso di Prandelli la connotazione esprime quanto di più positivo ci possa essere.

Non sappiamo se dietro il passo indietro dell’ex ct della Nazionale si celi lo spettro della depressione, di un buco nero che ha avvolto la sua vita e che trova forse origine nella scomparsa della moglie Manuela, tredici anni fa. Non sta a nessuno di noi indagare morbosamente dal buco della serratura, e l’unica azione opportuna è un decoroso rispetto per un uomo che nel calcio per l’ennesima volta ha dimostrato di essere una delicata rosa in una distesa di erbacce.

Il suo gesto e le sue parole riescono ad andare oltre la dimensione sportiva, poiché ci possono e devono servire per riflettere sulla società del nostro tempo, che parallelamente al calcio vola a mille all’ora reggendosi su valori deleteri e lasciando indietro chi non è in grado di tenere questo passo. Come si è fermato Cesare, forse dovremmo fermarci un po’ tutti noi; nel frattempo, mentre cerchiamo il modo di farlo, diamo un abbraccio a questo allenatore dagli occhi buoni a cui ci legherà sempre un viscerale affetto sportivo ed umano.






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