Ha lavorato, ha osservato, ha esultato. Poi ha preso appunti per farlo di nuovo, possibilmente anche meglio. Giorgio Rosadini non è un dirigente da interviste continue o da sparate pubbliche, e per questo lo ascoltiamo volentieri quando decide di raccontarci le vicende in casa Grassina: dalla straordinaria cavalcata della prima squadra ai retroscena della finale a Giulianova, dalle vittorie col settore giovanile alla questione ripescaggio in Serie D, fino a un pensiero per tutto il tifo rossoverde.
Giorgio, da dove è nata la clamorosa stagione del Grassina? Nel 2025-26 si contano le vittorie dei campionati con Juniores, Allievi e Giovanissimi oltre alla finale nazionale di Eccellenza.
“Dal lavoro, come sempre. Mi hanno chiamato nel gennaio 2025 per alzare il tasso tecnico della società. Doveva trattarsi di un progetto di 4-5 anni, con l’obiettivo di portare le squadre giovanili in categoria Elite ed elevare la qualità della prima squadra: abbiamo centrato molti dei traguardi già alla prima stagione”.
Molti sostenevano che la prima squadra in Eccellenza non fosse destinata ai piani alti.
“E c’è chi ha parlato di miracolo. Ma i miracoli non esistono. Nessuno di noi conosce le proprie potenzialità finché non si esprime oltre i propri limiti. E poi ne raccoglie i frutti”.
Perché hai scelto Grassina, l’anno scorso?
“Perché ha un ambiente ideale per fare calcio. Campi, uffici, uno staff completo che va dai custodi e magazzinieri ai tanti volontari presenti durante l’intera settimana. Il progetto era interessante e volevamo iniziarlo anche prima dell’estate: per questo ci siamo detti intanto di avvantaggiarci con lo studio dei giocatori e delle criticità tecniche. Nel 2024-25, dopotutto, gli Juniores dovevano centrare la salvezza nei Regionali. Un anno dopo quel campionato lo hanno vinto”.
E a livello giovanile ne avete festeggiati altri due, in un colpo solo.
“Applausi a tutti, poco da dire. Siamo rimasti impressionati soprattutto dagli Allievi, capaci di vincere nei Regionali da neopromossi in categoria. E’ stato fatto un lavoro incredibile”.

Torniamo alla prima squadra. Quando ti sei reso conto che avrebbe potuto lottare per la Serie D?
“Dopo le prime due partite: 3-0 alla Sangiovannese e soprattutto il 2-0 con cui siamo passati in casa della Sansovino. Ho visto personalità, qualità morali prima che tecniche, grande attaccamento alla causa. Tutti sono rimasti sul pezzo anche al netto dei momenti difficili”.
Quelli in cui la Rondinella poi ha preso il largo.
“E ha vinto con merito il campionato, ci tengo a dirlo. Avevano un anno di vantaggio rispetto a noi, nel progetto, e hanno viaggiato a ritmi incredibili”.
Una partita che porti nel cuore.
“La vittoria del playoff intragirone contro la Sansovino. Che emozione il gol di Menga nei supplementari. A Montevarchi poi, dove ho vissuto calcisticamente per otto anni… Bellissimo”.
Però l’apoteosi forse è stata il 6-0, sempre alla Sansovino, durante il campionato. O no?
“Sì, senza dubbio. Forse persino esagerato, come risultato. Ma ci ha inorgoglito pensare che una diretta concorrente così ambiziosa non abbia mai segnato neanche un gol contro di noi finendo per subirne 10 fra regular season e playoff”.

Intuibile, invece, la partita da rigiocare: la finale playoff di ritorno a Giulianova, contro la Santegidiese.
“Preambolo: venivamo dalla bella accoglienza data e ricevuta ai Monti Prenestini, durante la semifinale nazionale. Abbiamo forse commesso un errore in quel caso ad alloggiare vicino al loro paese di riferimento, Sant’Egidio alla Vibrata. Sapevamo che fosse un tifo caldo, quello. Ma di sicuro non pensavamo che avrebbero sparato i fuochi d’artificio in piena notte con la volontà di tenerci svegli prima della partita. Quello non è tifo: si chiama antisportività”.
Cos’è accaduto quella notte?
“Hanno cominciato a sparare verso mezzanotte, noi abbiamo chiamato i carabinieri che sono venuti e poi stranamente se ne sono andati. Così i loro ‘tifosi’ hanno potuto continuare a sparare i fuochi. E’ iniziata così ed è finita con degli episodi di campo che sicuramente non hanno aiutato, fin dall’andata: il rigore assegnato agli abruzzesi sul 2-0 per noi è stato concesso non dall’arbitro, ma dal guardalinee che era posizionato proprio sotto la tribuna ospiti e quindi molto pressato per tutta la gara. E poi, al ritorno, il rosso a Corsi ha fatto la differenza”.
Sì, perché vi trovavate sullo 0-0 e la gara pareva equilibrata.
“Un peccato, perché stavamo complessivamente meritando di passare contro una squadra che vale, economicamente parlando, dieci volte la nostra. Non è stato solo calcio, sono entrate di mezzo altre dinamiche: sudditanza psicologica e condizionamenti, anche involontari. Peccato, dovevamo chiudere il discorso durante la gara di andata: il risultato più giusto sarebbe stato un 3-0, non un 2-1”.
Da quella sconfitta è nata la voglia di presentare domanda di ripescaggio in Serie D?
“La società ha riconosciuto l’operato dello staff e dei ragazzi facendo uno sforzo importante per coronare questo possibile traguardo: andavano premiati i meriti dell’annata”.
Anche se la domanda di ripescaggio nasce all’interno di una collaborazione con l’Antella.
“Serviva un compromesso di apertura sportiva, di oggettiva maturità da parte di entrambe le società. Ma ricordo una cosa: ora la voglia di batterci sul campo sarà ancora maggiore. Perché un compromesso fra società non pregiudica che poi ci si debba sempre, sportivamente superare l’un l’altro”.
Cosa senti di dire alle Brigate Rossoverdi?
“Che si distinguono da tanti ultras beceri che vedo in giro. I nostri sono stati sportivi a prescindere, con un affetto incredibile e non scontato per la squadra: vale per loro e anche per tutti i volontari, autisti, magazzinieri, custodi, simpatizzanti e soci che presenziano con così tanto affetto attorno al Grassina. Hanno un calore da calcio inglese, di quelli che riconoscono gli sforzi della squadra e applaudono per questo anche dopo una sconfitta. Come a Giulianova”.

Credi che l’accordo con l’Antella cambierà in negativo l’afflusso di tifosi rossoverdi allo stadio, l’anno prossimo?
“Penso che non influirà per niente. Qualcuno ha riportato chiacchiere e supposizioni, ma le cose vanno dette come stanno: l’uso del Pazzagli non è gratuito. Questa è una collaborazione in tal senso”.
Sono uscite le domande di ripescaggio anche delle dirette concorrenti. In quale categoria giocherà il Grassina l’anno prossimo, secondo te?
“Concretamente siamo in Eccellenza, al momento. Ma per quanto fatto meritiamo la Serie D”.
Come nasce la scelta di mister Pierguidi, dopo l’addio di Cellini?
“Cellini sentiva da tempo che il suo ciclo fosse finito. A dire la verità ho sempre sperato che cambiasse idea perché, a meno di una chiamata irrinunciabile dalla Serie D o dai professionisti, pensavo di poterlo convincere. Gli è costato tanto, l’ho visto emotivamente coinvolto: si vede che ci ha pensato tanto. E’ stata una sua scelta e la rispettiamo. Poi abbiamo scelto Pierguidi perché è sempre stato dentro il progetto e conosce benissimo la panchina rossoverde, avendo già lavorato al Grassina negli anni dell’ultima Serie D e anche in precedenza”.
Un sogno per l’anno prossimo.
“Proseguire il progetto su un doppio binario. Il primo: la maggior autosostenibilità possibile. Ovvero il potenziamento del settore giovanile che porti più frutti possibile nell’arco degli anni alla prima squadra: un 2008 come Arcadipane che passa dagli Allievi della Cattolica a giocare 30 partite in Eccellenza è una vittoria enorme. Ma non solo: anche i tanti ragazzi che hanno lavorato con la prima squadra e poi sono passati a vincere il campionato con gli Juniores regionali trasmettono un senso di continuità, di lavoro ben congegnato. E di preparazione del terreno per una nuova promozione anche per loro. Secondo binario: il potenziamento della società. I Dilettanti hanno bisogno di risorse perché dai piani alti non arriva nulla, e allora c’è bisogno di un aiuto da parte di chi può: gli sponsor, i nuovi soci, il Comune. Serve un interessamento anche dell’amministrazione perché il calcio locale, assieme alla famiglia e alla scuola, è il punto di riferimento di tanti giovani in Italia. Senza il fuoco sacro che abbiamo noi, tanti ragazzi rischiano di perdersi per strada. Lo sa cosa ho detto alla squadra, durante le finali nazionali di Eccellenza?”.
No, che cosa?
“Che rappresentava un esempio per tutta Italia. Un piccolo caso di provincia in cui, una volta tanto, il lavoro pagava. La dimostrazione che i sogni, se ben alimentati dallo sforzo di tutti, vanno ben oltre i soldi delle superpotenze”.
Chiusura. Una parola per definire il Grassina versione 2026-27?
“Personalità”.



