L’amministrazione mette a disposizione un appartamento per mamma, quattro figli e il nonno. Un progetto di accoglienza e integrazione costruito con la Fondazione Giovanni Paolo II, l’ospedale pediatrico AOU Meyer e le associazioni del territorio
Per questo il Comune sta lavorando per realizzare una rete territoriale di accoglienza che coinvolgerà la scuola, in particolare l’Istituto comprensivo “Antonino Caponnetto”, i servizi sanitari, il mondo del volontariato e dell’associazionismo. Ma anche attività sportive e realtà educative. Tra i soggetti che hanno già manifestato la propria disponibilità ci sono oltre al Calcit, la Misericordia di Antella, la Croce Rossa Bagno a Ripoli, la Fratellanza popolare di Grassina, la Caritas e il doposcuola di Antella. Particolare attenzione sarà dedicata ai minori: l’inserimento scolastico rappresenta una delle priorità, sono già in corso le verifiche per il loro ingresso nelle scuole del territorio. Saranno inoltre individuate soluzioni specifiche per garantire gli spostamenti del bambino con disabilità motoria. Fondamentale sarà anche l’apprendimento della lingua italiana per gli adulti e la possibilità di creare occasioni di socializzazione e relazione, attraverso attività sportive, culturali e di volontariato.
Come per loro, anche per la famiglia palestinese accolta a Bagno a Ripoli, gli operatori della Fondazione Giovanni Paolo II, si occuperanno di tutte le questioni burocratiche, saranno un punto di riferimento costante nelle necessità quotidiane dei bambini e degli adulti. Al fianco della famiglia, la Fondazione garantirà anche la presenza di un’operatrice di origine palestinese e di grande esperienza nei progetti di accoglienza, che farà anche da mediatrice linguistica e culturale. Operatori e volontari della Fondazione organizzeranno inoltre iniziative di apertura e conoscenza della comunità, favorendo occasioni di incontro, conoscenza reciproca e una reale integrazione.
“Grazie alla disponibilità del Comune di Bagno a Ripoli e dell’associazionismo locale, possiamo accogliere una nuova famiglia di tante che, da Gaza, hanno bisogno di un luogo sicuro dove poter ripartire. Lavorare in rete, come stiamo realizzando in questo territorio, significa “accogliere” nel vero senso della parola. Non significa soltanto offrire un tetto, ma creare le condizioni perché una persona, dopo il dolore, la distruzione e la malattia, possa tornare a immaginare un futuro. Le famiglie di Gaza che da un anno ormai ospitiamo a Reggello ci stanno insegnando, con i loro sorrisi e la loro caparbietà, cosa significhi voler tornare a vivere, crescere i propri figli in salute e costruire un progetto di vita. È questo che rende merito all’importante e spesso faticoso impegno della Fondazione Giovanni Paolo II nell’accoglienza concreta in Italia e nei progetti di cooperazione in Terra Santa e nei luoghi dove c’è più bisogno. Sperare non significa essere ingenui né dimenticare il dolore. Significa ricordarlo e attraversarlo, per poter tornare a guardare avanti, verso un futuro di vita e di indipendenza”, afferma Damiano Bettoni, presidente della Fondazione Giovanni Paolo II.
“Siamo davvero felici – spiega Federico Gelli, direttore generale dell’AOU Meyer Irccs – che una storia iniziata in modo così drammatico, sotto le bombe di Gaza, sia arrivata a una svolta positiva e siamo grati a tutti coloro che hanno reso possibile questo importante risultato. Quando è arrivato nel nostro ospedale, il piccolo era in condizioni molto critiche ed è stato affidato alle cure dei nostri specialisti: dopo un breve ricovero in Rianimazione, si sono occupati di lui chirurghi e ortopedici. Al suo fianco ci sono sempre state le nostre psicologhe e le assistenti sociali, che si sono fatte carico anche delle esigenze della mamma, dei fratellini e del nonno. Grazie anche al sostegno della Fondazione Meyer, questa famiglia ha iniziato un percorso di accoglienza che ora ha raggiunto un punto di arrivo. Dall’inizio del conflitto, il Meyer ha curato trenta bambini palestinesi occupandosi anche di accogliere i loro nuclei familiari”.
“Un ringraziamento fin da ora – concludono Pignotti e Baragli – alla Fondazione, al Meyer, alla Regione e a tutte le realtà e le associazioni che ci aiuteranno nella cura di questa famiglia. L’accoglienza funziona quando è una responsabilità condivisa e quando chi viene accolto non è considerato semplicemente un destinatario di assistenza, ma una persona con una storia e soprattutto un futuro da costruire”.



