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Cili, va bene se scrivo qualcosa anch’io?

Le mie parole arrivano in ritardo, forse.
Ma non è facile. Sono già stati fatti tanti articoli lo so, alcuni delicati, altri un po’ così.
Cili va bene se scrivo qualcosa anch’io? 

È Lunedì e al paesello c’è un gran silenzio, sembra tutto ovattato, inverosimile. Il cielo è grigio, l’aria ferma e il pensiero è fisso. C’è un sottofondo che fa male internamente, un dolore, una scomodità profonda.
Non sto scrivendo da sola, in queste bruttissime circostanze mi piace pensare che ad accompagnare il movimento della mia mano ci siano tantissime altre mani, tutte quelle che hanno avuto il grande piacere di conoscere Filippo Gabriele.
Che poi per me è “Cili”, da sempre e per sempre.


In questi giorni ho letto e sentito tante parole immensamente profonde e vere su di lui.
La mia famiglia e quella di Cili sono legate da anni, tantissimi anni, dobbiamo fare un bel salto indietro all’epoca dei nostri nonni e delle nostre nonne. Si tratta di una conoscenza, anzi no, un’amicizia famigliare che è maturata di generazione in generazione. Famiglie che hanno condiviso molto e che ci hanno sempre insegnato tanti valori.
Si cresce, si cambia, ognuno si muove nella sua direzione ma i ricordi non si sbiadiscono mai e noi nati negli anni ’90 siamo cresciuti tutti insieme qui al paesello. Abbiamo condiviso le scuole, le amicizie, le avventure che si fanno in gioventù, le prime serate di libertà in Fiera, la Festa dell’Uva, i gelati dal Piro, il Grest, le chiacchiere in Barazzina, tutto. Tante “prime cose” le abbiamo fatte tutti insieme.

Ognuno di noi è pieno di ricordi legati a Filippo.
Io ad esempio se chiudo gli occhi lo rivedo vestito in maschera alle mie feste di compleanno, quando da piccoli ci divertivamo a giocare coi coriandoli, sorridenti e spensierati. Me lo ricordo alle scuole medie, casinista e divertente come pochi. Lo rivedo con la sua maglia celeste nel periodo settembrino, gagliardo e fiero di far parte della sua famiglia mariana.  Me lo vedo in palestrina, alla Bombonera, col GAP, a tifare con tutto se stesso il Basket Impruneta, se chiudo gli occhi lo sento punzecchiare l’avversario, “nuuumeeeeroooo veeeenti…” o quel numero che in quel momento aveva preso di mira tartassandolo come solo lui sapeva fare.

Di aneddoti ce ne sarebbero a bizzeffe, ma voglio puntare il riflettore su una sua caratteristica specifica: il suo essere “colla”. Era praticamente impossibile, contro ogni legge dell’universo, non incollarsi a lui, al suo sorriso contagioso, al suo essere un sognatore incallito, al suo spirito che fermo non ci poteva stare, nemmeno per scherzo.
Cili era colla. Stavi a chiacchierare in sua compagnia per qualche minuto e tac, ecco che la sua energia s’incollava a te e automaticamente sorridevi. Lui incollava sorrisi sui volti di tutti. Era portatore sano di buonumore, a prescindere da tutto e da quanto lo si poteva conoscere. Legava le persone, aveva una parola per chiunque, sorrideva a tutti e dava senza chiedere. E ora noi siamo incollati ai ricordi.

Ne ha anche combinate di tutti i colori eh, questo va detto. Ma perché era un’anima che dentro di sé racchiudeva tutti i colori dell’arcobaleno, ogni tono e sfumatura. Di quieto aveva ben poco, era un po’ un artista a modo suo. Un pezzo unico insomma. Rarissimo.
Ogni poco partiva un treno, un’idea, una curiosità, un’avventura, un pensiero. Non era facile stargli dietro, lui viaggiava ad un ritmo tutto suo. Era un urgano, mille ne faceva e tremilioni ne pensava. Aveva sempre un sorriso per tutti, una pacca sulla spalla per l’amico incupito, una battuta per il nuovo conoscente. Cili era follemente meraviglioso in tutto il suo essere “extra ordinario” perché lui, di ordinario, non aveva niente.

Non so come si possa attutire questo colpo. Non lo so proprio.
Quello che è successo è totalmente contro natura.
Troppo presto, troppo impattante, troppo veloce, troppo dolore. Tutto troppo.
Non credo a certe frasi fatte, né a certe ideologie. So solo che l’unica cosa di cui tutti noi avremmo bisogno in questo momento, sarebbe vederlo spuntare da qualche parte coi suoi capelli scaruffati, quegli occhi calamita e quel sorriso contagioso. Tutti avremmo solo bisogno di questo, di una battuta delle sue.
E allora ci tocca rifugiare questa terribile sensazione nei ricordi, che son tanti e belli, tutti pieni di sorrisi perché se mi fermo a pensare a Cili, sento un dolore interno ma sulle labbra mi si disegna anche un sorriso perché è IMPOSSIBILE pensare a lui senza sorridere, impossibile.

Cili, ti racconto che ieri in Piazza Buondelmonti c’era tutto il paesello, ma in realtà c’era anche la presenza non fisica di tantissime altre persone. Tutte quelle che hai conosciuto nei tuoi viaggi e che non sono potute venire.
S’era tanti, c’hai visti? Io una piazza così piena e unita non l’avevo mai vista. 
I quattro rioni imprunetini erano lì per te, il tuo prima di tutti. Il Basket, il Baseball, tutti riuniti nella tua piazza, su quei sanpietrini che c’hanno visto scorrazzare fin da piccoli. Ma ieri eravamo immobili, pietrificati. 
Quante lacrime Cili, tantissime. 
La tua famiglia di sangue è stata abbracciata e tenuta per mano da tantissime persone e da tutte le altre tue famiglie; quella rionale, quella sportiva e quella composta dai tuoi amici che tra lacrime e sguardi increduli non t’hanno mollato nemmeno un secondo. Quegli amici che tu conosci come le tue tasche, sì, proprio loro, quelli di sempre.






La vista mi si appanna e le dita durano fatica a continuare a scrivere.
Ci vorrà del tempo ma mi sa che questa volta il tempo non sarà mai abbastanza.
S’impara, forse, a convivere con una presenza che ha cambiato forma, che c’è ma non è più materia. Ognuno di noi sentirà Cili a modo suo. Chi nel vento, chi osservando il suo amico fuoco, chi tra le sue amate onde, tra i monti, nella neve che lo faceva divertire, in un coro cantato a squarciagola, in un brindisi. Ognuno percepirà quell’essenza magica a modo proprio e quando la sentirà, la riconoscerà immediatamente e allora spunterà un sorriso.

Cili, anima gentile, buona, sensibile, divertente e folle. Innamorato dei sogni e della vita a 360°.
È da Venerdì mattina, da quando la mamma mi ha chiamata dicendomi “Silvia, devo dirti una cosa brutta” che ogni poco dentro di me o a voce alta dico: “… mah”, e silenzio. 
Sussurro alla mia mente che sei partito per un altro viaggio, uno dei tuoi, all’avventura. Mi dico che sei andato ad esplorare un nuovo luogo e che per un po’ non c’incroceremo.
Nel frattempo Cili, ci vediamo nei sogni.
Surfa, cammina, corri, gioca, ridi, canta, urla.
Sii libero amico mio, sii libero.
“A mille” Cili, come sempre.

“Voy a reír, voy a bailar, vivir mi vida, lalalalà.
Voy a reír, voy a gozar, vivir mi vida, lalalalà” 

Cili, va bene se scrivo qualcosa anch'io?

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