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Beati gli ultimi






Qualche anno fa Pepe Mujica, presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015 e straordinario esempio di integrità morale ed umana, pronunciò queste parole ad un summit di Rio de Janeiro: “Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa? É possibile parlare di solidarietá e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternitá? […] Per questo dico, nella mia umile maniera di pensare, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico.  I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: “povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più”.

Tali concetti dovrebbero essere sempre validi e accompagnare costantemente la nostra esistenza. I fatti di questi giorni legati al coronavirus rendono però ancora più attuale quanto espresso dal vecchio combattente sudamericano, ora che il nostro opulento sistema capitalistico si trova ad un punto di rottura.

La reazione dei ricchi del mondo alla pandemia è stata schizofrenica, insicura, ma soprattutto egoista e ottusa, mossa ancora dai velenosi interessi economici e classisti: leader come Bolsonaro e Johnson hanno fatto intendere di esser pronti a sacrificare vite umane; molti Stati Usa, prigionieri della nefasta mentalità americana, sono a selezionare chi ha diritto di avere cure e respiratori e chi no, facendo ovviamente rientrare in questa seconda categoria disabili ed emarginati; l’Unione Europea mostra il suo fallimento definitivo, con gli stati del nord che si rifiutano di aiutare i Paesi mediterranei in difficoltà.






La fraternità, di fronte a questi deleteri esempi, si frantuma d’un colpo. Se chi ha di più fa annegare coloro che rimangono indietro, è invece da chi ha meno che nazioni come l’Italia hanno ricevuto un’inaspettata e fortissima mano tesa. Vedere i medici cubani sbarcare a Milano con il sorriso e l’immagine di Fidel Castro (al di là di giudizi complessivi sulla figura dell’ex leader maximo), ha mostrato, oltre alla preparazione di una delle migliori sanità al mondo, la voglia di aiutare di un Paese non certo ricco, anche a causa dell’infame embargo statunitense, ma che è stato educato ai principi della solidarietà internazionale e della fratellanza.

Aiuti sono arrivati anche dal Viet-Nam, 139esimo nella classifica mondiale del PIL pro capite, e dalla Cina, che sebbene non sia un Paese sottosviluppato ha mostrato una grande sensibilità e una pronta organizzazione nel sostenere l’Italia, rendendo i valori della propria millenaria cultura più forti degli stereotipi e dell’ostilità che spesso imperversa da noi nei confronti del popolo cinese. L’aiuto più eclatante, e commovente, è stato senz’altro quello giunto dall’Albania.

Il premier Edi Rama ha inviato trenta medici in aiuto delle zone più colpite della Lombardia, accompagnando questo gesto tanto semplice quanto meraviglioso con un discorso che colpisce:

Non siamo ricchi ma nemmeno privi di memoria. L’Italia è ormai casa nostra, da quando i nostri fratelli e sorelle italiani ci hanno salvato, ospitato e adottati in casa loro. Stiamo combattendo lo stesso nemico invisibile”.

Quante volte gli albanesi sono stati vittime di razzismo e discriminazione, quante volte li abbiamo guardati con sospetto e disgusto, quante volte molti leader politici, che oggi hanno invece parole al miele, hanno insultato chi proveniva da Tirana e dintorni. Eppure, questo piccolo e povero stato balcanico ci dà una grande lezione, ricordandosi di quando ad avere bisogno erano i tanti connazionali che scappavano cercando un futuro nella nostra Penisola.

Mentre cerchiamo di convivere con una quotidianità tutta nuova, e proviamo a capire, come ha detto Papa Francesco, che “abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità”, l’umanità emerge dai suoi figli più umili, più bistrattati, i quali donano un sostegno ai loro fratelli privilegiati, ridotti però adesso al bisogno e smascherati nella loro miseria fatta di avidità e presunta, vuota superiorità.






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