All’assemblea di CNA Firenze Metropolitana il confronto sul futuro del comparto tra riforma dell’artigianato e tensioni geopolitiche
«Gli artigiani si sono evoluti, le regole molto meno». Con queste parole il presidente Francesco Amerighi ha aperto l’assemblea annuale di CNA Firenze Metropolitana, in corso oggi al Centro Tecnico Federale di Coverciano.
Sul tavolo la riforma della legge quadro sull’artigianato, ferma al 1985, e gli effetti che le tensioni geopolitiche internazionali continuano a produrre su imprese, energia e mercati.
Al confronto partecipano anche l’assessore allo sviluppo economico di Firenze Jacopo Vicini, il presidente della Camera di Commercio Massimo Manetti, il presidente nazionale CNA Dario Costantini e l’europarlamentare Dario Nardella in collegamento video.
«Dopo oltre quarant’anni si apre finalmente la possibilità di aggiornare le regole che governano uno dei pilastri dell’economia italiana», ha sottolineato Amerighi, definendo la delega per la riforma della legge quadro «un passaggio storico».
A spiegare perché CNA considera non più rinviabile questo intervento sono anche i numeri del comparto. Negli ultimi dieci anni le aziende della Città Metropolitana di Firenze iscritte all’Albo artigiani si sono ridotte di 4.011 unità, passando da 29.785 a 25.774. Una tendenza che prosegue anche nel 2026: nel primo trimestre dell’anno, in base ai dati dalla Camera di Commercio di Firenze, il comparto registra una flessione del 4,2%, contro il -1,6% del resto del sistema produttivo. Oggi le imprese artigiane sono poco più di 25mila, ma danno ancora lavoro a oltre 61mila addetti.
«Sarebbe però un errore leggere questi dati come il segnale di un inevitabile declino dell’artigianato. – ha osservato il presidente Amerighi – Una parte di questo calo non è causata dalla mancanza di vitalità dell’artigianato, ma da regole che non fotografano più la realtà. Ci sono imprese che nascono, crescono, producono e innovano come imprese artigiane, ma che restano fuori dall’Albo».
Tra queste, molte società a responsabilità limitata, una forma sempre più diffusa tra chi avvia un’attività perché offre maggiori tutele patrimoniali e facilita l’accesso al credito. Secondo CNA, le attuali regole per l’iscrizione all’Albo sono però così numerose da finire per escludere realtà che operano a tutti gli effetti come imprese artigiane. A questo si aggiunge il tema della contribuzione previdenziale: a fronte di 10mila euro di utile, un professionista versa circa 2.600 euro di contributi, mentre per un artigiano la cifra supera i 4.500 euro perché calcolata su un minimo contributivo fissato per legge. Due esempi che, secondo Amerighi, mostrano come l’attuale normativa fatichi a riconoscere come artigiane attività che ne possiedono tutte le caratteristiche o renda più conveniente non esserlo formalmente.
La riforma, secondo CNA, dovrà inoltre rivedere i limiti al numero di dipendenti e soci previsti oggi per le imprese artigiane, ritenuti un freno alla crescita aziendale, rafforzare il coordinamento tra Stato e Regioni per superare le differenze territoriali che ancora esistono nella regolamentazione di alcuni comparti e favorire un rapporto più stretto tra scuola e impresa, anche attraverso il coinvolgimento diretto degli artigiani nella didattica.
«La riforma dovrà anche rendere più conveniente l’appartenenza all’artigianato, affiancando all’iscrizione all’Albo vantaggi concreti sul fronte fiscale, dell’accesso al credito e delle certificazioni. Allo stesso tempo, dovrà rendere immediatamente riconoscibili le imprese artigiane attraverso un marchio distintivo da esporre sui prodotti e nei punti vendita, offrendo maggiori garanzie sia a chi produce sia a chi acquista», ha concluso Amerighi.
Lo sguardo si è poi allargato allo scenario internazionale con l’intervento di Mario De Pizzo, giornalista del Tg1, analista dell’Atlantic Council e autore del volume “Tempesta. La battaglia per il futuro si combatte sull’Atlantico” (Luiss University Press), dedicato alle trasformazioni degli equilibri globali.
Per De Pizzo, la fine dell’ordine globale costruito negli ultimi ottant’anni sta lasciando spazio a un contesto sempre più frammentato, nel quale nessuna potenza è oggi in grado di garantire da sola equilibri e sicurezza. Un mondo caratterizzato dal ritorno della competizione tra potenze e dal progressivo indebolimento degli equilibri multilaterali.
Resta però un elemento che continua a legare economie e Paesi: l’interdipendenza. La crisi dello Stretto di Hormuz ne è una dimostrazione concreta. Pur sviluppandosi lontano dai confini europei, interessa direttamente la sicurezza energetica del continente e le sue catene di approvvigionamento. Attraverso questo snodo strategico transita infatti circa il 20% delle forniture petrolifere mondiali e le tensioni nell’area hanno già innescato una spirale inflazionistica che ha colpito soprattutto l’Europa.
Secondo le stime richiamate da De Pizzo, la crisi costa all’Unione Europea circa 500 milioni di euro al giorno in maggiori spese energetiche.
«Ridurre le dipendenze, ridefinire le catene di approvvigionamento in un quadro di alleanze solide e durature è un imperativo non più trascurabile per l’Europa, che da forza di cooperazione e potenza commerciale, non può che riaffermare il valore del dialogo, delle regole, della democrazia e della libertà e del multilateralismo», ha spiegato De Pizzo.














