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Segnalazione / Sei ore al Pronto soccorso, ma l’oculista non arriva. Anziano di 88 anni rimandato a casa senza medicazione: «Sono serviti oltre dodici punti»

Pubblichiamo la testimonianza di una lettrice sulla vicenda vissuta dal padre all’ospedale San Giovanni di Dio di Torregalli: una notte di attesa, un nuovo accesso il giorno successivo, il trasferimento al Palagi e altre ore prima della sutura. E dopo le dimissioni, quattro telefonate per capire come applicare una pomata. Una vicenda che solleva interrogativi sulla gestione delle urgenze, sull’organizzazione dei servizi sanitari e sulla continuità assistenziale. A raccontarcela è una nostra lettrice, che ha vissuto in prima persona quanto accaduto al padre di 88 anni dopo una caduta accidentale in casa. La riportiamo per tappe, con l’intento di essere più chiari possibile.

La caduta e la corsa al Pronto soccorso

Tutto comincia nella tarda mattinata di un martedì. L’anziano inciampa accidentalmente e cade, battendo violentemente la parte sinistra del volto contro il bracciolo di una sedia. L’uomo indossa gli occhiali, che nell’impatto si crepano. La montatura provoca una profonda lesione nella zona compresa tra la palpebra e l’area sottostante le ciglia. Il volto si gonfia, lo zigomo e il labbro superiore risultano coinvolti e dall’occhio fuoriesce molto sangue. La figlia interviene con una prima medicazione domestica, applicando alcune strisce adesive per avvicinare i lembi della ferita, e accompagna immediatamente il padre al Pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni di Dio di Torregalli, dove arriva alle 14:30. C’è anche un elemento che rende la situazione particolarmente delicata: l’anziano soffre di retinopatia, una patologia oculare preesistente. Dopo il trauma, la figlia teme che, oltre alla lesione esterna, possano esserci conseguenze anche all’interno dell’occhio.

Le ore passano, ma la visita oculistica non arriva. All’arrivo in ospedale, alla donna viene spiegato che il padre deve essere prima valutato dal medico del Pronto soccorso generale e che non può accedere direttamente al servizio oculistico.
Le ore trascorrono e, alle 17, l’anziano non è stato ancora preso in carico per la visita specialistica. Preoccupata anche per gli orari del servizio oculistico, che secondo quanto riferito termina il servizio ordinario alle 19, la figlia torna a sollecitare l’accettazione.
Viene quindi ricevuta dal medico del Pronto soccorso, che dispone gli esami del sangue e una TAC cranio-encefalica e del massiccio facciale. Secondo la testimonianza, il medico si mette in contatto con l’oculista, concordando che, qualora i risultati degli esami non fossero arrivati entro le 18:30, la visita specialistica sarebbe stata comunque effettuata senza attendere oltre. La donna rimane in ospedale con il padre fino a quando le viene chiesto di uscire dall’area riservata ai pazienti.

Alle 18:30 torna a chiedere informazioni, ricordando che il padre è in attesa da ore e che il servizio oculistico sta per terminare. Un’infermiera, riferisce la donna, le risponde di stare tranquilla perché, in caso di necessità, sarebbe stato chiamato il medico reperibile.
La figlia, però, continua a essere preoccupata. Chiede nuovamente notizie e le viene confermato che il padre è ancora in attesa di essere visitato dall’oculista.

«Lo riporti domani»: a casa senza medicazione

La chiamata arriva soltanto intorno alle 20:30. La figlia viene informata che può riportare il padre a casa, perché l’oculista è andato via, e che dovrà accompagnarlo nuovamente in ospedale il mattino successivo.
«Mio padre era lì dalle 14:30», racconta la donna, che chiede spiegazioni e fa presente la gravità della ferita e il rischio che il trauma possa aver provocato danni all’occhio.
«Ho chiesto almeno che gli venisse fatta una medicazione, perché la ferita continuava a sanguinare. Mi è stato risposto che doveva pensarci l’oculista e che avrei dovuto riportarlo il giorno dopo».
La donna riferisce che il medico del Pronto soccorso non avrebbe eseguito alcuna medicazione, rimandando ogni intervento alla valutazione specialistica del mattino seguente.
«L’ho riportato a casa senza sapere se avesse subito danni anche all’interno dell’occhio. Mio padre soffre di retinopatia e, dopo una botta così violenta, la mia preoccupazione era anche quella. Non avevo avuto una visita oculistica che mi permettesse di sapere se ci fossero conseguenze interne».

Il mattino successivo, la sorpresa della specialista

Alle 7:30 del mercoledì, padre e figlia ripartono da casa. Alle 8 sono nuovamente in ospedale, con i referti degli esami eseguiti il giorno precedente. La visita oculistica avviene intorno alle 9:30. Secondo quanto riferisce la donna, la specialista, vedendo la documentazione, manifesta sorpresa: «Scusi signora, ma io suo padre lo aspettavo ieri sera», le avrebbe detto la dottoressa.
La figlia risponde di aver creduto a sua volta che il padre dovesse essere visitato proprio la sera precedente. La specialista, sempre secondo la testimonianza, si domanda perché il paziente non le sia stato inviato e manifesta il proprio disappunto. Quando vede le strisce adesive applicate a casa, la dottoressa chiede spiegazioni. La donna chiarisce di averle messe personalmente, perché il padre non era stato medicato durante il primo accesso. La specialista si rende conto della situazione e cerca di fare il possibile per assistere il paziente. La ferita, però, necessita di una sutura che non può essere effettuata in quella sede.

La figlia viene quindi indirizzata all’ospedale Palagi, dove si trova la struttura necessaria per procedere all’intervento.  Il trasferimento al Palagi avviene nella stessa mattinata, con l’arrivo intorno alle 11. Ma anche qui l’attesa si prolunga.
Secondo quanto riferito dalla donna, nella struttura sono in corso interventi programmati, tra cui operazioni di cataratta, e il padre deve attendere prima di poter essere sottoposto alla sutura della ferita. Soltanto nel pomeriggio l’anziano viene trattato: la lesione richiede complessivamente oltre dodici punti, tra interni ed esterni. Il rientro a casa avviene alle 17:30 del mercoledì: sono trascorse più di ventisette ore dal primo arrivo in ospedale. In questo intervallo, la figlia ha accompagnato il padre tra due strutture sanitarie, affrontando attese, visite e trasferimenti.

Da qui nasce un’ulteriore riflessione sull’organizzazione dei servizi oculistici.
«Mi domando come sia possibile che il Pronto soccorso oculistico e la struttura in cui si effettuano gli interventi siano collocati in due ospedali diversi. Una persona che arriva con una lesione che richiede un intervento urgente deve prima essere valutata in una struttura e poi trasferita in un’altra».

La donna riferisce che, per quanto ne sapeva, in precedenza il percorso era organizzato diversamente e che questa separazione dei servizi le appare poco comprensibile.
«Non è soltanto una questione di distanza. Ci sono i tempi, gli spostamenti e le difficoltà che tutto questo comporta per una persona anziana. Vorrei capire quali siano oggi i percorsi previsti per le urgenze oculistiche e quali garanzie vengano offerte ai pazienti che necessitano di un intervento tempestivo».

La questione merita un chiarimento da parte delle autorità sanitarie competenti, anche per comprendere come sia organizzato il percorso tra le due strutture e quali siano le procedure previste nei casi urgenti.
Le difficoltà continuano anche dopo le dimissioni ed i  problemi non finiscono con la sutura della ferita.

Al momento delle dimissioni, alla figlia viene spiegato che le indicazioni per proseguire le cure sono riportate nella cartella clinica. Tra le prescrizioni compare una pomata da acquistare e applicare tre volte al giorno per cinque giorni.
Secondo quanto riferito dalla donna, però, non viene specificato dove debba essere applicato il prodotto: sulla ferita suturata oppure all’interno dell’occhio: «Non volevo sbagliare, soprattutto perché mio padre soffre di retinopatia e la ferita si trova proprio in quella zona. Ho fatto quattro telefonate ai due ospedali, ma sono stata rimbalzata da un servizio all’altro. Da una parte mi dicevano che la procedura non era stata eseguita lì, dall’altra che non riuscivano a trovare la cartella clinica».

Non riuscendo a ottenere una risposta chiara, la figlia si rivolge anche al proprio medico oculista di fiducia: «Alla fine sono riuscita a sapere che la pomata doveva essere applicata sopra i punti. Ma ho dovuto fare quattro telefonate e chiedere aiuto al mio oculista per capire come seguire una prescrizione che avrebbe dovuto essere spiegata chiaramente al momento delle dimissioni».

Un ulteriore disagio per una familiare che, dopo aver trascorso due giornate tra ospedali e attese, si trova a dover cercare autonomamente informazioni sulle modalità di medicazione. Anche questo episodio solleva una domanda sulla continuità assistenziale: non dovrebbe essere garantito che il paziente e chi lo assiste ricevano istruzioni chiare e complete sulle cure da proseguire a casa?

Il ringraziamento alla dottoressa e alle infermiere

Nel raccontare questa vicenda, la donna desidera però fare una precisazione importante: il suo non è un attacco indiscriminato al personale sanitario. Al contrario, tiene a esprimere pubblicamente il proprio apprezzamento per la dottoressa oculista che ha visitato il padre la mattina successiva e per le infermiere del servizio: «Ho visto una dottoressa che ha cercato concretamente di fare il possibile per mio padre, pur dovendo fare i conti con la mancanza del materiale necessario per procedere direttamente nella sua struttura. Ho percepito il suo dispiacere per quanto era accaduto la sera precedente e ho notato la stessa partecipazione anche da parte delle infermiere». La donna racconta di aver apprezzato non soltanto il tentativo di trovare una soluzione, ma anche l’attenzione e la sensibilità dimostrate nei confronti di un paziente anziano che aveva già trascorso ore difficili.

«È giusto raccontare ciò che non ha funzionato, ma è altrettanto giusto riconoscere chi cerca di aiutare il paziente, anche quando incontra difficoltà organizzative e mancanza di strumenti adeguati nella propria struttura. Alla dottoressa e alle infermiere va il mio ringraziamento sincero». Un riconoscimento che la donna ritiene doveroso, perché la sua segnalazione non vuole colpevolizzare chi si è impegnato per assistere il padre, ma capire come si sia arrivati a una situazione tanto complessa. C’è infine una domanda che la figlia si pone e che merita di essere condivisa con tutti: «Mio padre ha 88 anni, ma è una persona ancora in gamba. Io ero con lui, ho potuto accompagnarlo in ospedale, insistere perché venisse visitato, riportarlo il giorno dopo, trasferirlo in un’altra struttura e cercare per ore le informazioni necessarie per curare la ferita. Ma se non ci fossi stata io? Se quell’uomo di 88 anni avesse avuto una figlia che viveva a New York, oppure non avesse avuto figli, chi avrebbe seguito tutto questo? Chi avrebbe insistito perché fosse visitato? Chi lo avrebbe accompagnato da un ospedale all’altro? E chi avrebbe cercato di capire come applicare correttamente la pomata prescritta al momento delle dimissioni

Una domanda che va oltre la vicenda personale e richiama un tema che riguarda tante famiglie: la necessità che l’assistenza sanitaria sia organizzata in modo da garantire ai pazienti, soprattutto ai più fragili, un percorso chiaro, tempestivo e adeguato, senza affidare ai familiari il compito di colmare le lacune nella comunicazione tra i servizi.

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