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Dopo due vittorie filate, nel 2024 e 2025, dopo ben 19 anni a secco di successi, la classifica non arride al Rione Fornaci, quarti nella classifica 2026. Tuttavia il rione rosso ha avviato un processo di cambiamenti interni che hanno già portato frutti positivi (i trionfi recenti, appunto), dando anche vita ad una maniera inedita di pensare, preparare, progettare carro e sfilata. Come? Attraverso una progettazione condivisa, a più teste. Con Radici le Fornaci hanno ripercorso la storia centenaria della Festa dell’Uva, soffermandosi sui tempi nefasti del fascismo e sulla capacità, della Festa dell’Uva, di rinascere anche dalle ceneri più nere.
RADICI
Nel centesimo anniversario della Festa dell’Uva, il Rione delle Fornaci celebra la Festa stessa, per onorare il lavoro di tutti i volontari e le volontarie dei Rioni che, con gli sforzi collettivi di un’intera comunità, danno forma a questo giorno. Il titolo RADICI allude agli inizi antichi della Festa, di cui racconteremo la storia, e al rapporto inestricabile con la nostra terra.
La sfilata si apre con la nascita della prima Festa dell’Uva, quando le campagne soffrivano la perdita di molti figli che cercavano fortuna nelle città. All’inizio era poco più di un mercato di paese: in piazza sfilano le contadine, il carro centrale mostra una casa di mezzadria e i laterali la campagna, in due quadri interamente dipinti a mano dai nostri rionali.
Col passare degli anni, l’ombra del fascismo si allunga sul paese; entrano in piazza schiere di burocrati e di contadini aderenti al Regime che, rendendo la Festa Nazionale, ne fa uno strumento delle propaganda agrarie e di autarchia. Restii a farsi stringere dalla morsa fascista, gli Imprunetini trovano nella gioia della Festa una forma di resistenza e, al nero compatto del Regime, oppongono i colori irriverenti dei nonni, rappresentati dalle gonne delle contadine e da quattro lunghi teli che escono da un tino e riempiono la piazza.
Eppure, niente arresta la guerra: nei bombardamenti del 1944, andarono distrutte molte vite, oltre a parte della chiesa. Mentre i carri diventano neri, entra in piazza un aereo, realizzato in ferro e stoffa e dotato di un meccanismo progettato dai nostri ingegneri che gli consentirà un movimento sinistro delle ali. Nelle esplosioni, rappresentate dal movimento gonfiante di alcuni teli bianchi, crolla la casa del carro centrale; la scena si chiude con la distruzione. Nonostante tutto, la vita può ancora fiorire: i bambini, simbolo del futuro, ballano orfani, sul filo della salvezza, con i fantasmi del passato.
Dopo la guerra, la Festa, la cui bellezza e arte sono simbolo di resistenza, diventa sfacciatamente straordinaria: i carri si trasformano in una fornace. Emblema non solo del nostro Rione, ma anche del rapporto dell’intero paese con la terra, essa simboleggia la produzione gioiosa di idee impossibili che prendono forma nella rinata Festa dell’Uva. Sforna così scenografie complesse, che richiamano i colori dei rioni e degli elementi della natura, nella quale affondano le nostre RADICI.
Dal carro centrale si alza un ventaglio dipinto che allude alla tavola con la MADONNA COL BAMBINO conservata in chiesa: da sempre ritenuta miracolosa, fu una delle pochissime opere a sopravvivere al bombardamento.
Prima del finale, proponiamo un momento di riflessione e attualizzazione: i nostri sfilanti entrano in piazza in una formazione che fa un preciso riferimento al quadro de IL QUARTO STATO, per sottolineare come, attraverso il rapporto con la terra e grazie alla forza della bellezza, noi manteniamo integro uno spazio comune come la Festa dell’Uva, oggi potente quanto fragile.
La guerra non vive solo nel passato: nel nostro presente ancora numerosi bambini giocano tra le macerie e noi tutti/e ne siamo spettatori e complici. In tempi che ci vogliono impauriti noi rispondiamo con il nostro finale, di gioia irriverente e sfrontata ma, soprattutto, consapevole e dolceamara.
In un mondo che ci vuole individualisti noi siamo collettività. In un mondo che ci vuole ottusi e omologati noi rispondiamo con il pensiero e con l’arte. In un mondo che ci vuole silenziosi, muti, controllati, noi, come lo erano i nostri nonni, e come lo saranno i nostri figli, noi, da un secolo siamo valanga.
