Autrice: Donatella Maria Giorgio – Socia Fondatrice Nobiscum Aps
La scrittrice e giornalista Sandra Mazzinghi pubblica il suo nuovo romanzo “Danzare nel vuoto” e racconta il lavoro quotidiano d’una ufficiale di stato civile, tra atti di nascita e registri, per consegnare al lettore una suggestiva riflessione sul tema dei figli sostitutivi.
I protagonisti del romanzo sono Alba, un’ ufficiale stato civile, e Giovanni un giornalista di Firenze. Alba accompagnerà Giovanni in un viaggio nel passato, traghettandolo verso la conoscenza e la consapevolezza di essere un figlio sostitutivo. Il romanzo è un racconto di questo viaggio verso l’iniziazione e il momento esatto della sua nascita, sino ad approdare alla scoperta di verità taciute, che passano per il suo nome.
Il viaggio di Giovanni è quello che ciascuno di noi intraprende, in forme e per motivi diversi, quando nella nostra vita arrivano due momenti, inevitabili, irreversibili e talvolta necessari. Uno è quello di abbracciare la propria identità, l’altro di fare i conti con una dimensione, che piomba addosso all’improvviso, quella del vuoto. Se ci pensiamo, iniziamo la costruzione di noi stessi da bambini, con un’energica corsa verso la vita. Poi, l’istruzione, le nostre aspirazioni e i nostri desideri ci aiutano a sopportare gli affanni di questa lunga corsa. Gli incontri, le relazioni, i rifiuti e gli errori sono determinati, invece, nel definire il nostro posto nel mondo. Allora, nel momento esatto in cui abbandoniamo un inconsistente e bovarista insoddisfazione, quel posto diventa il nostro giardino cui dedichiamo cure e attenzioni.
Questa ricerca per la costruzione di se stessi e questo posizionamento sono talmente importanti al punto tale che preventivamente non commisuriamo quanto tempo e quante risorse saranno necessari: il confine, il limite, il senso della finitudine e la parsimonia del tempo sono consapevolezze che matureremo più avanti. Questa lunga corsa, però, non basta a definirci. La vita, prima o poi, nel modellare la nostra identità, ci porta a fare i conti con quello che abbiamo tralasciato, ci è stato tenuto nascosto o – semplicemente – non lo ritenevamo importante, come le nostre origini e/o il legame con un territorio. La nostra storia personale inevitabilmente si intreccia con quella familiare: non è una semplice ricostruzione di genealogie o un’affermazione di uno status quo, ma un intreccio più intimo e profondo.
Questo è quello che succede a Giovanni, il coprotagonista del libro, che ci viene presentato in un momento esatto della sua vita: una carriera avviata e un lavoro appagante, una famiglia alle spalle e impegnato in una relazione sentimentale. Una vita che diremmo “normale”.
Per un assurdo scherzo del destino, però, costui si trova ad affrontare un passato taciuto, a ripercorre a ritroso le tappe della sua vita sino a giungere a quel grembo materno, che l’ha generato. Simbolicamente quel grembo assume un doppia veste: è sia vita sia morte. Giovanni, infatti, scopre di essere un figlio sostituivo nato dopo la morte di suo fratello, a colmare il vuoto lasciato da quest’ultimo.
Qui veniamo alla dimensione del vuoto. Come si convive con il vuoto? Il vuoto non è solo mancanza di presenza e non è nemmeno una pausa, che scandisce il ritmo del tempo e della musica: è uno spazio con un perimetro i cui lati sono le nostre abitudini, il nostro lavoro, le convenzioni sociali e le aspettative.
Il vuoto è quello spazio dove non c’è mai stato nulla o inizia a mancare qualcosa o qualcuno e, per sua stessa natura, si sottrae al concetto di sostituzione. Ogni vuoto è unico per definizione.
Nel libro di Sandra Mazzinghi sono descritti vari vuoti: quello lasciato dai figli ormai lontani, quello che sorge dopo la fine di una relazione e quello dal venir meno di una persona cara.
Immaginiamo, quindi, una donna nel fiore della sua giovinezza, inesperta ma piena di vita, come la madre di Giovanni, che improvvisamente – con la morte del primo figlio – è trafitta da una freccia impregnata di due potenti veleni, la morte e il vuoto.
La ferita che lascia questa freccia non la uccide, ma le fa scoprire quel confine sottile tra vivere e semplicemente esistere: muore solo la sua anima in un corpo florido, ancora un grado di generare vita.
Certamente, nell’attribuire a un figlio il nome di uno morto c’è un inconsapevole tentativo di negazione e di sottrazione di identità verso il nascituro e di trasformare un momento di celebrazione di una nuova vita in una commemorazione funebre. Forse, però, c’è anche un estremo gesto di dedizione di una madre, che non fa distinzioni e abbraccia tutti i suoi figli, come quelle Madonne dipinte nella meravigliosa città di Firenze (luogo in cui in parte è ambientato il romanzo), che benedicono e raccolgono tutti i loro figli sotto di sé con le loro braccia allargate.

Credo che questo sia uno dei tanti messaggi che il libro voglia trasmettere: abbracciare se stessi con le nostre fragilità e accogliersi, imparando a convivere con il vuoto o, come direbbe più poeticamente la scrittrice, a danzare.
Da questo messaggio, la conferenza cerca di rispondere a queste domande. Come possiamo convivere con i vuoti, affrontando grandi dolori e lutti? Come possiamo riprendere in mano la nostra vita dopo aver preso contezza di segreti, come quelli familiari, che ci sono stati taciuti?
Durante la conferenza, la Dr.ssa Lapi, psicologa, la Dr.ssa Carcasci, mediatrice familiare e la Dr.ssa Amendola, artista, ci aiuteranno a trovare alcune risposte.
Da questi interrogativi si dipanerà un confronto, che approderà a un’altra domanda: quanto è importante conservare e avere memoria di quello che è stato detto o taciuto nella definizione di noi stessi?
Con la figura di Alba capiremo che quei certificati, quegli attestati e quelle trascrizioni non sono solo scartoffie burocratiche o gabbie che ci immobilizzano in un’ identità fissa, sempre uguale a stessa, ma diventano punti fermi di un’identità individuale, che impone di riconoscersi, di mettersi in discussione e di definirsi sia all’interno di un contesto familiare sia in uno sociale. Questo è ciò che fa Giovanni, ma anche coloro che a Firenze si rivolgono all’ Istituto Degli Innocenti per cercare in quegli archivi tracce di se stessi e di una propria storia personale. Una ricerca che, forse, parte non solo da una curiosità, ma da un vuoto che si vuole colmare.
Da queste considerazioni, è nata da parte della Biblioteca della Oblate, nella persona della Dr.ssa Maria Grosso, la volontà di coinvolgere la Dr.ssa Ricciardi del Museo degli Innocenti, che durante la conferenza apporterà un prezioso contributo sull’importanza di custodire la memoria degli esseri più fragili ed indifesi al mondo, i bambini, partendo dal nome.
Invece, da parte dell’associazione Nobiscum Aps – che ha fatto dei diritti delle persone, soprattutto, di quelle più fragili, la sua mission – è nata l’idea di coinvolgere la rivista di Stato civile italiano, che da più di un secolo è un punto di riferimento per coloro che lavorano con questi diritti. Quest’ultimi, infatti, sono custodi di memoria e di identità e a tempo stesso intercettano – prima del diritto e prima della legge – istanze, che meritano non solo risposte immediate e risolutive, ma anche un riconoscimento sociale e una dignità giuridica: cercano, infatti, di colmare vuoti normativi.
In quest’ottica la Dr.ssa Nencini, esperta e collaboratrice di SEPEL – Editrice della Rivista Lo Stato civile italiano, porterà una riflessione sul nome, che assume sia nel romanzo sia per i bambini che sono stati accolti dall’Istituto Degli Innocenti una valore identitario imprescindibile e inconfondibile. La sua riflessione si intreccerà con il tema dell’identità e del riconoscimento e si legherà con quella della prof.ssa Ines Testoni, tanatologa dell’Università di Padova, nonché curatrice della prefazione del libro.
La realizzazione di questo evento è stato il risultato di un lavoro di confronti, di ascolto e di scambio di idee tra donne provenienti da ambiti professionali e da aree geografiche differenti; è stato un lavoro corale, tutto al femminile, in cui tante sensibilità si sono incontrate e riconosciute.
L’ evento Danzare nel Vuoto. L’identità alla ricerca del sé tra nome, segreti e memoria, assomiglia a quel vestito rosso del film Diamanti di Özpetek, frutto di un attento lavoro sartoriale, di una collaborazione tutta al femminile, su cui ciascuna di noi ha cercato di cucire o ricamare il proprio contributo, partendo.
Venerdì 29 Maggio ore 17:30 esporremo questo meraviglioso abito, impreziosito dal magnifico disegno in lapis e matite colorate dell’artista visiva Ilenia Amendola, e lo condivideremo presso la Biblioteca delle Oblate – sala Dino Campana – con coloro che avranno il piacere di venire ad ascoltarci.
La partecipazione è gratuita e aperta a tutti e tutte. A seguire, sarà possibile trattenersi ad un aperitivo organizzato dall’ Associazione Nobiscum APS presso la terrazza della Biblioteca delle Oblate con una incantevole vista del Duomo.
Per maggiori informazioni: aps.nobiscum@gmail.it.

