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Da Firenze all’Uganda con l’Associazione Hands of Love: le testimonianze di giovani volontari

di Margherita Barzagli

C’è un lungo filo che lega Ponte a Ema e il territorio fiorentino all’UgandaUn filo fatto di persone, di aiuti, di passaparola, di amicizie, legami, di mani amiche e sconosciute che hanno deciso di aiutare il prossimo. Pur non avendo benissimo l’idea di chi potesse essere, del volto, del nome o delle abitudini, di quel prossimo.

Questo filo inizia a srotolarsi ufficialmente nel 2021, quando Costanza Terzo lascia il lavoro da dipendente di studio notarile e fa nascere l’associazione Hands of Love, dopo vicissitudini che l’hanno portata a conoscere questa parte dell’Africa più povera e Peter Moukasa, un “bambino” aiutato dall’Associazione Antonio Gallo e a oggi medico referente dell’associazione fiorentina in Uganda. Hands of Love ha l’obiettivo di sostenere i bambini più fragili e le loro famiglie, dando supporto nel ridurre la povertà e aiutando a soddisfare i bisogni primari.

«Adesso – racconta Costanza Terzo – abbiamo 300 bambini che sosteniamo con le adozioni a distanza, abbiamo terreni, abbiamo costruito una scuola e abbiamo tanti progetti in mente, ma anche in partenza».

Gli ambiti in cui opera l’associazione sono moltissimi: dal sanitario all’istruzione, dal supporto alle ragazze madri alla lotta per contrastare la malnutrizione. Storie che si intrecciano, mentre questo filo di aiuti, di supporto e di mani appunto, si fa sempre più forte e crea una rete sempre più grande: in Uganda, dove la realtà inizia a crescere, a diventare un punto di riferimento per le persone del posto – siano queste madri, bambini in età scolare o adulti che necessitano cure – e poi al contempo in Italia, da dove arrivano la maggior parte degli aiuti e delle donazioni e dei gruppi di volontari che partono per andare ad aiutare.

«Lasciavo il certo per l’incerto – dice Costanza – e ora vivo 3 mesi in Italia e 3 in Uganda. Ma sono ripagata. Dal nulla abbiamo creato qualcosa di miracoloso in questi 4 anni».

Ed è proprio lì, a Lule Distretto di Nakasek, a 3 ore dalla capitale Kampala, che un gruppo di amici fiorentini ha deciso di trascorrere una settimana delle proprie ferie per svolgere attività di volontariato in ambiti diversi, insieme all’Associazione Hands of Love. Martina Mannucci, Viola Picchiarini, Noemi Bucelli, Clara Matteuzzi, Claudio Piccini, Benedetta Piombini, Francesco Bini, Maria Bini e Matteo Rotondi hanno fra i 20 e i 30 anni, nella vita sono professionisti in ambiti diversi, ma si sono messi in gioco e sono partiti, con zaini grandi e tanta voglia di fare e di mettersi a disposizione per aiutare gli altri con attenzione e cura, curiosità ed energia.

 

Lavorare su campi diversi dal quotidiano, in contesti distanti da ciò che è la normalità in una parte lontana del mondo, e il futuro e il progresso a poche ore di aereo di distanza. «Sto studiando medicina racconta Clara Matteuzzie ho sempre avuto una forte curiosità su come si viva e si lavori in campo medico in un contesto come quello dell’Africa. Quando ho conosciuto questa associazione, mi sono informata su cosa facesse esattamente e ho capito che era arrivato quel momento». Mettere a disposizione le proprie risorse, aiutare e imparare, con attenzione e sguardo al futuro e all’altro. «Volevo intraprendere un’esperienza profonda spiega Francesco Bini, che si è occupato di allenamenti di calcio con i bambini – con la consapevolezza di aiutare il prossimo».

Tutti possiamo fare qualcosa, da lontano o da vicino che sia, tendendo una mano, dando supporto all’associazione, in cui ogni aiuto è necessario ed essenziale. «Il volontariato è qualcosa che ho sempre sentito di voler fare – racconta Martina Mannucci, pasticcera – . In Uganda ho portato con me una piccola parte del mio lavoro. Con il poco che avevo io e il poco che avevano loro, abbiamo provato a creare qualcosa insieme. Ed è proprio in quei momenti che ti rendi conto di quanto, per noi, certe cose siano scontate, mentre in posti come questo non lo siano affatto».

Le parole dei ragazzi sono diverse, eppure tutte legate dallo stesso senso di appartenenza, dalla positività e dal potere che un’esperienza di volontariato in un Paese lontano può dare.  «Questa esperienza mi ha lasciato un segno forte – racconta Viola Picchiarini –. Ho avuto la possibilità di fare ciò che amo: essere infermiera, ma in un contesto completamente diverso. Ho dato cure gratuite, spesso con mezzi limitati, ma ogni gesto è stato accolto con una gratitudine. Siamo abituati a dare tutto per scontato: il tempo degli altri, la cura e la presenza. In Uganda, invece a ogni attenzione viene dato un valore e ogni gesto è riconosciuto».

Partire per tornare, per fare tesoro degli insegnamenti, per pensare e riflettere, raccontare e coinvolgere. Qualcosa che non si studia sui libri e difficilmente si spiega a parole. «Nasco come educatore e maestro d’infanzia – dice Claudio Piccini -, quindi aiutare gli altri è sempre stato un mio interesse. Ma non in questo modo. Quando si lavora in certi contesti, soprattutto quando lo si fa per professione, si perde spesso il senso profondo di ciò che si sta facendo. Si è anche chiamati a mantenere una certa distanza dalle circostanze emotive del proprio lavoro, perché portarsi a casa quel carico emotivo non permetterebbe di andare avanti. Qui, invece, ho avuto la possibilità di lasciarmi andare, di vivere ogni piccola emozione senza filtri». Un’esperienza che letteralmente segna e insegna. Come dice Matteo Rotondi che si è occupato di sport. «L’Uganda ci ha lasciato il cuore pieno di bei ricordi e di emozioni – dice -, essere felici di quello che abbiamo, delle cose semplici, un gran senso di comunità e appartenenza e il loro ritmo a suon di tamburi» e con lui insieme agli altri concorda anche Noemi Bucelli, infermiera che ha dato supporto nel Medical Camp. «A forza di lamentarsi per cose futili, ci siamo ricordati di come  siamo fortunati – prosegue -, che non ci manca niente e la vita è una e va sfruttata al meglio, che ci sono persone che ridono pur avendo poco o niente».

Partenze e ritorni, nuove realtà, scoperte, e prove. Benedetta Piombini che è partita per la quinta volta, lo racconta anche così. «Ho in me ogni immagine, attimo – dice – e pezzi di strada percorsi nel mio cammino, dove i miei pensieri ricordano un popolo dove la ricchezza non è nell’oggetto o nel denaro, ma nella bontà del cuore e dell’animo, da cui riesco a trarre un insegnamento ed un nuovo sguardo alla vita, capace ora di cogliere al meglio l’essenza di essa, in cui ora voglio coltivare una nuova ricchezza: la felicità nella semplicità della vita».

Perché il volontariato, significa tanto, e ha un valore inestimabile. «Poter far qualcosa anche con gesti e azioni apparentemente semplici che per qualcun altro invece possono essere tutto» come conclude Maria Bini.

Il filo che unisce l’Uganda a Firenze, o anche Firenze e l’Uganda, può rafforzarsi ancor di più, grazie anche alle missioni come quella dei ragazzi appena tornati. Ogni aiuto è importante.

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