

La nostra Costituzione ha solide e profonde radici antifasciste. La Resistenza e la lotta al nazifascismo sono il terreno fecondo da cui ha avuto origine la Carta entrata in vigore il 1 Gennaio 1948, e nella neonata Repubblica sorta sulle macerie della guerra e del Ventennio di dittatura è stato sancito dalla legge il ripudio di ogni recrudescenza nera. Alcuni decenni dopo la stessa Repubblica ha visto il sacrificio in nome dello Stato e della legalità di decine di uomini decisi a sconfiggere un nemico altrettanto terribile, la criminalità mafiosa; di questo gruppo di eroi, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono divenuti il simbolo più rappresentativo, al culmine della stagione stragista del secolo scorso. Tutto ciò considerato, si risponda al seguente quesito: come è possibile che un rappresentante delle istituzioni capace di insultare in un sol colpo i valori dell’antifascismo e dell’antimafia sia rimasto oltre tre settimane al suo posto dopo la sua raccapricciante uscita? Non esiste alcuna risposta razionale, a meno che non ci rassegni ad un vento di revisionismo e compromesso morale all’ombra di un’accozzaglia politica che non accetta incrinature. Il 4 Agosto Claudio Durigon, Sottosegretario all’Economia e ras della Lega nel Lazio, durante un comizio nella città natale Latina ha proposto di intitolare nuovamente il parco cittadino ad Arnaldo Mussolini, cancellando l’attuale intitolazione a Falcone e Borsellino. Che Arnaldo non fosse “il fratello buono” del Duce, come alcuni ignoranti in malafede vanno ripetendo, lo ha spiegato molto bene in un’intervista al Fatto Quotidiano lo storico Mauro Canali, tra i più autorevoli studiosi del fascismo nel panorama accademico italiano.


Il Mussolini minore (Benito era due anni più grande), deve l’alone positivo che ne circonda la memoria all’azione del fratello, il quale dopo la morte prematura nel 1931 ne scrisse un’agiografia che mistificava parecchi episodi della sua vita. Arnaldo era un uomo che agiva dietro le quinte, un fascista duro e puro che coniò la frase “per il Fascismo chi tradisce perisce”, che ebbe un ruolo centrale nella costruzione dello Stato totalitario e pure nell’omicidio di Giacomo Matteotti; per di più era un affarista corrotto, con la maxi tangente a lui pagata dalla Sinclair Oil per sfruttare i giacimenti petroliferi italiani.
La proposta di intitolare il parco della vecchia Littoria ad un simile individuo è stata spacciata da Durigon come la volontà di recuperare le radici della città, e a questa panzana è andato dietro anche il segretario della Lega Matteo Salvini, il quale ha ricordato come l’area verde si chiamasse Arnaldo Mussolini prima che “un sindaco di sinistra ne cambiasse il nome”: in realtà l’intitolazione al fratello del Duce fu tolta già nell’immediato dopoguerra, e a ripristinarla, per altro senza alcun atto ufficiale, fu solamente a fine anni ’90 il sindaco nero Ajmone Finestra (criminale di guerra della Repubblica di Salò per il quale il magistrato Oscar luigi Scalfaro chiese la pena di morte).
Il Salvini che ha difeso per giorni a spada tratta Durigon è lo stesso che girava per la Sicilia con la mascherina di Borsellino, ma si sa che un pugno di voti val bene uno sputo sull’antimafia, e così i leghisti cercano di portare dalla loro nostalgici e camerati di ogni tipo, anche per provare a indebolire Giorgia Meloni. E’ in questa ottica che va vista l’uscita di Durigon, figlio di immigrati veneti nel bonificato Agro Pontino che tiene sempre a mente i propri valori di riferimento e cerca di avvicinare in termini elettorali il mondo da cui ideologicamente proviene.
Ci si sarebbe aspettati comunque che dopo aver pronunciato quelle parole Durigon si fosse dimesso subito, in ossequio alla decenza e nella consapevolezza che non può esserci compatibilità tra certe frasi e il ricoprire cariche pubbliche. Ci sono invece voluti 22 giorni, e dal momento che in questo arco temporale il sottosegretario si è guardato bene anche solo dal pronunciare timide scuse, la norma avrebbe voluto che fosse stato il Presidente del Consiglio a metterlo alla porta. Invece da Mario Draghi non è arrivata neppure una parola sul caso Durigon.
D’altronde l’equilibrio di questo “governo dei Migliori” viene prima dei valori su cui poggia la nostra Repubblica; non a caso il centrodestra, Italia Viva compresa, ha fin da subito cercato di sgonfiare la questione, diventata però sempre più ingestibile.
E’ ripugnante sapere che al comando di questo Paese vi possano essere individui che esaltano il fascismo e offendono le vittime di mafia, ma lo è parimenti vedere l’atteggiamento pilatesco, e quindi colluso, di chi dovrebbe prendere posizioni forti e invece rimane immobile per meri motivi opportunistici. Per fortuna, allo schifo della politica si è contrapposta la reazione ardente della società civile. Sulla spinta anche delle parole dei vari Salvatore Borsellino, don Ciotti, Giovanni Impastato, di storici, intellettuali e attivisti, molti cittadini hanno fatto sentire sui social la propria voce di protesta, e circa 160.000 hanno firmato la petizione online su sito Change.org per chiedere le dimissioni dell’impresentabile Durigon. L’onda di protesta e indignazione ha alla fine dato i suoi frutti: una bella notizia che restituisce un valore alla Costituzione, alla legalità e alla memoria.


